Collegati a www.ricercainnovazione.it per avere tutte le informazioni sulla nuova edizione dl Forum – IDEE DAL FUTURO

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EDIZIONI ESTE e PERSONE&CONOSCENZE, la rivista dedicata a chi gestisce professionalmente le Risorse Umane, hanno il piacere di invitarla alla 4.a EDIZIONE del convegno RISORSE UMANE E NON UMANE – LA CREAZIONE DEL VALORE, che si terrà a PADOVA, presso lo Sheraton Padova Hotel il giorno 25 NOVEMBRE 2008 alle ore 9.00.
RISORSE UMANE E NON UMANE è il momento di incontro e dibattito sulle Risorse Umane più innovativo attualmente esistente in Italia.
Tema di questa edizione è infatti “La Creazione del Valore”: perché le persone che lavorano in azienda si manifestino come vantaggio competitivo, sono necessarie strategie e azioni che coinvolgano diverse competenze organizzative, gestionali e, sempre più spesso, anche tecnologiche.
L’incontro sarà dedicato a individuare, elaborare e discutere queste strategie attraverso il coinvolgimento diretto degli addetti ai lavori:
coloro che, da differenti prospettive, si confrontano ogni giorno con la gestione della Persona all’interno del contesto aziendale.
La formula dell’evento è quella della “tavola rotonda” durante la quale i relatori si alterneranno in modo flessibile nei diversi momenti secondo le rispettive competenze e i rispettivi interessi. Le tavole rotonde sono moderate dal Prof. Francesco Varanini, Docente presso il Corso di Laurea di Informatica Umanistica, Università di Pisa, e Direttore di Persone&Conoscenze.
Per il dettaglio dei relatori presenti, per un approfondimento sui contenuti e per una panoramica delle precedenti edizioni rimandiamo all’indirizzo:
www.este.it/cosa_convegni.html
COME ISCRIVERSI
La partecipazione al convegno è GRATUITA fino ad esaurimento posti e include gli ATTI finali della manifestazione e il PRANZO A BUFFET.
Si consiglia di preregistrarsi attraverso una delle seguenti modalità:
. ONLINE: compilando la form presente all’indirizzo http://www.este.it/iscrizione_convegno.html
. FAX: scaricando l’invito cartaceo all’indirizzo www.este.it/cosa_convegni.html e rinviandolo compilato al numero di fax dedicato 02.91434424 . E-MAIL: riportando i dati richiesti dal form online o dall’invito cartaceo in una mail e inviandola a eventi@este.it.
. TELEFONO: comunicando i dati alla segreteria organizzativa allo 02.91434400.
L’intervento di Silvio Garattini è pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino (1-sett-08)
Per la prima volta nella storia l’Asia sarà il continente a spendere più risorse economiche nella ricerca scientifica: più degli Usa, tradizionalmente all’avanguardia e molto di più dell’Europa. Per dare qualche esempio dell’impiego asiatico basterà ricordare che le università cinesi sono presenti fra le prime del mondo in una classifica in cui l’Italia non piazza nessuna delle sue università fra le prime cento.Prestigiosi ricercatori cinesi ed indiani stanno ritornando nei loro Paesi d’origine per contribuire allo sviluppo della ricerca. Anche nei Paesi arabi si sta sviluppando una maggiore attenzione alla ricerca scientifica. A Dubai è in atto la realizzazione di un grande centro per i tumori con la possibilità di estendere la ricerca anche ad altri settori della medicina. A Singapore si stanno reclutando cervelli da tutto il mondo ed anche alcuni autorevoli ricercatori italiani fanno parte di questa immigrazione. Nel corso di una visita all’istituto Mario Negri, una delegazione di ricercatori di Singapore ha reso noto che per realizzare una città della scienza mille giovani sono stati disseminati nei principali centri di eccellenza in Inghilterra e in America per ottenere un dottorato di ricerca. Di fronte a questo grande fermento asiatico che comincerà a dare i suoi frutti tra non molti anni, come è possibile che i reggitori delle sorti europee non si rendano conto che non si può continuare ad ignorare la ricerca, come se fosse un fiore da mettere all’occhiello in tempi di vacche grasse anziché uno strumento di propulsione culturale ed industriale indispensabile per il progresso? L’Europa si limita a fare grandi proclami. Il patto di Lisbona aveva suscitato grandi speranze stabilendo l’impegno di portare le spese della ricerca al 3 per cento entro il 2010. Il tempo è passato e semmai sono state ridotte le risorse. L’Europa spende per la ricerca comunitaria forse il 4 per cento delle risorse disponibili per la ricerca nei 27 Paesi membri. Il tanto decantato settimo programma quadro mette a disposizione ogni anno risorse che sono una piccola frazione di quanto spende il solo National Institute of Health di Bethesda. Si continua, frutto di pura follia ed egoismo nazionalistico, a spendere i soldi nei vari Paesi europei per ripetere esattamente lo stesso tipo di ricerca.
Si hanno così 27 programmi sui tumori, sulle malattie mentali o sulla patologia cardiovascolare che sono ripetitivi anziché concentrare una parte significativa delle risorse nazionali in programmi europei in cui integrare le metodologie e le competenze. In questo quadro l’Italia sta diventando sempre di più il fanalino di coda europeo; a seconda dei parametri utilizzati viene salvata qualche volta dal Portogallo o dalla Grecia, Paesi peraltro che stanno aumentando il loro impegno per la ricerca. Rispetto alle promesse di Lisbona siamo ancora ad un investimento dell’1 per cento del Prodotto interno lordo ed il 2010 è già dietro l’angolo! Di questo 1 per cento lo Stato spende circa lo 0,6 per cento, ma va praticamente così tutto a pagare i salari dei professori universitari e dei ricercatori dei vari enti pubblici di ricerca, mentre l’altro 0,4 per cento deriva dalla ricerca privata, una cifra assolutamente anomala ed insufficiente rispetto a quanto succede negli altri Paesi europei. Ciò è in parte dovuto al fatto che in Italia sia ridotta notevolmente la presenza della grande industria, ma anche alla mancanza di infrastrutture e di ricercatori (solo 2,7 per ogni mille lavoratori contro i 5,1 della media europea) che non incentiva certamente l’investimento in ricerca da parte di gruppi stranieri. Le prospettive sono disastrose considerando che i giovani migliori non sono più attratti dalla ricerca scientifica proprio per la mancanza di opportunità di carriera e la povertà di risorse economiche. Continuando così si accentuerà la tendenza dell’Italia a divenire solo un mercato e ad essere relegata a divenire un Paese sempre più vicino ai Paesi in via di sviluppo. Il nuovo governo non può ignorare il problema della ricerca, ma deve fare uno sforzo per creare una discontinuità con il passato su almeno tre fronti essenziali. Anzitutto bisogna realizzare un grande programma rivolto ai giovani che devono avere la possibilità di mettere i loro talenti al servizio della conoscenza che deve poi tradursi anche in opportunità di crescita industriale. Occorre dare su base meritocratica ai giovani l’opportunità di una formazione nei migliori centri di ricerca italiani tracciando fin dall’inizio per i più meritevoli una opportunità di carriera con salari dignitosi. In secondo luogo è necessario mettere a disposizione maggiori risorse in base ad una precisa programmazione che dia garanzie a chi vuole organizzare la ricerca. Con la miseria non si possono fare riforme; alla ricerca scientifica italiana serve l’equivalente del costo di un centinaio di chilometri di autostrada. Il governo non può continuare a dire che non abbiamo soldi o che non si immettono risorse in un sistema che non funziona perché riconosce i parenti degli amici anziché il merito. In Italia i luoghi di eccellenza sono facilmente identificabili e tutti sanno cosa bisogna fare per spendere bene le risorse disponibili: è solo questione di volontà. Per realizzare la discontinuità con il passato sono necessarie infine nuove forme organizzative. Il gruppo 2003, formato dai ricercatori italiani di tutte le discipline più citate nella letteratura scientifica internazionale, ha da tempo lanciato l’idea di creare un’agenzia italiana per la ricerca scientifica (Airs) con lo scopo di implementare un nuovo sistema per la gestione e l’assegnazione dei fondi per la ricerca, raggruppando le risorse che oggi vengono invece gestite clientelarmente dai vari ministeri. La nuova agenzia dovrebbe raccogliere le priorità identificate dai politici, ma dovrebbe poi agire in modo indipendente ed efficiente. Parole gettate al vento?
Silvio Garattini
A poche ore dalla sua apertura e questo nuovo motore di ricerca è stato visitato da decine di migliaia di curiosi.
Ecco in poche parole l’essenza di questo nuovo agguerrito concorrente di Google che è stato creato da tre ex ingegneri alle dipendenze di Brin & Page:
“The Internet has grown exponentially in the last fifteen years but search engines have not kept up—until now. Cuil searches more pages on the Web than anyone else—three times as many as Google and ten times as many as Microsoft. Rather than rely on superficial popularity metrics, Cuil searches for and ranks pages based on their content and relevance. When we find a page with your keywords, we stay on that page and analyze the rest of its content, its concepts, their inter-relationships and the page’s coherency. Then we offer you helpful choices and suggestions until you find the page you want and that you know is out there. We believe that analyzing the Web rather than our users is a more useful approach, so we don’t collect data about you and your habits, lest we are tempted to peek. With Cuil, your search history is always private. Cuil is an old Irish word for knowledge. For knowledge, ask Cuil.”
Qui potete trovare un estratto della FILOFOFIA CUIL : http://www.cuil.com/info/our_philosophy/
E’ anche grazie al Forum della Ricerca e dell’Innovazione che il nostro Paese ha avuto la possibilità di “riscoprire” uno di quei talenti, di quei cervelli in fuga, che hanno trovato negli Stati Uniti un ambiente favorevole alle proprie ricerche. Il professor Mauro Ferrari è quasi diventato un eroe nazionale. La sua popolarità cresce di giorno in giorno come testimoniano i numerosi inviti che ha ricevuto da parte degli atenei italiani. Dopo il keynote speech al Forum (maggio 2008 ) , ha preso parte nel giugno 2008, a due importanti eventi riguardanti le frontiere della Nanomedicina presso l’Università di Milano Bicocca e la facoltà di Medicina dell’Università di Padova. Recentemente è stato protagonista di una bella intervista su Il sole 24 Ore, che potete leggere a questo LINK e di un’altra intervista sull’inserto di scienza e tecnologia de La Stampa che è possibile leggere a questo LINK
La vicenda di Mauro Ferrari, puo’ essere dunque l’occasione per tornare su uno dei temi portanti del Forum 2008: la fuga dei cervelli. L’Italia non deve vivere con un complesso di inferiorità e preoccuparsi troppo della fuga dei suoi migliori cervelli. Proviamo solo per un momento ad ammainare il tricolore, a lasciare da parte l’orgoglio nazionale, adottando un punto di vista strettamente scientifico. Non è forse meglio che certi “talenti” operino li’ dove dove il contesto sociale, culturale e scientifico puo’ offrire il migliore contesto? Non sarà forse questo un beneficio per la scienza in generale e per l’intera umanità? Da questo punto di vista, possiamo dunque provocatoriamente affermare che il problema di fuga dei cervelli non esiste. Prendiamo proprio l’esempio di Mauro Ferrari, tra i padri fondatori di una nuova scienza, la nanomedicina, che promette di portare sensibili miglioramenti nelle cure per il cancro. Forse se Ferrari non avesse operato negli States, l’ambiente piu’ dinamico e competitivo (scientificamente parlando), ora sarebbe ugualmente un ottimo scienziato, un illustre docente, ma non avrebbe messo a frutto tutto il suo potenziale di ricerca.
Sulla base di queste riflessioni, dunque, la questione del brain drain non deve preoccuparci. La vera sfida sta nel diventare un polo di attrazione di talenti e cervelli. L’Italia non deve chiedersi cosa fare per impedire la fuga dei cervelli, ma cosa fare per diventare un polo internazionale di attrazione per quanto riguarda alcuni ambiti disciplinari di eccellenza.
Il numero odierno de Il Corriere della Sera dedica due pagine speciali alle opportunità e agli orizzonti delle nanotecnologie. Lo fa con un bell’articolo di Antonia Jacchia, gia’ inviata della medesima testata al Forum della Ricerca e dell’Innovazione, che intervista alcuni dei protagonisti del Forum: Renato Bozio, prorettore alla Ricerca dell’Università di Padova, Stefano Gallucci, imprenditore e titolare QID e Luisa Bozano, ricercatrice dell’Ibm.
Per leggere l’articolo è sufficiente collegarsi a questo LINK
Il numero odierno di TuttoScienze, inserito de La Stampa ospita un intervento di Jon Turney, intelletuale, scrittore e futurologo che presenta alcune considerazioni sulla convergenza di bio, info e nanotecnologie. L’articolo puo’ essere consultato direttamente a questo LINK.
Uno degli aspetti piu’ interessanti dell’articolo è la rassegna delle dieci tecnologie che potrebbero cambiare società ed economia in breve tempo. Le riassumiamo:
1) MODELING SURPRISE: sofwtare in grado di combinare e gestire una gran quantità di dati con la logica della psicologia per gestire eventi imprevedibili
2) CHIPS PROBABILISTICI: circuiti a bassa potenza con minimi margini di imperfezione, capaci di aumentare esponenzialmente le capacità di calcolo
3) NANORADIO: radio microscopica, il cui circuito base è costituito da un nanotubo di carbonio. E’ in grado di entrare anche nei vasi sanguigni
4) ELETTRICITA’ WIRELESS: eliminati i classici fili, l’elettricità viene trasferita a distanza sfruttando le proprietà dei campi magnetici
5) MAGNETOMETRI ATOMICI: sensori dalle dimensioni di un chicco di riso: possono misurare molti campi magnetici, da quelli delle proteine a quelli dei metalli
6) APPLICAZIONI WEB OFFLINE: con programmi integrati si sfruttano le tecnologie web per usare applicazioni desktop sia online che offline
7) TRANSISTORS AL GRAFENE: si candidano come la prossima generazione elettronica, con una velocità almeno cento volte maggiore rispetto ai tradizionali transistor di silicio
8)CONNECTOMICS: gruppi di proteine fluorescenti tracciano mappe con le quali evidenziare la trasmissione dei segnali nei sistemi nervosi
9) REALITY MINING: raccolta multipla di dati con cellulari e Gps per la costruzione di modelli statistici con cui si prevedono molti fenomeni sociali e collettivi
10) ENZIMI PER LA CELLULOSA: procedimenti biochimici per la produzione accelerata ed economica di biocarburanti di nuova generazione e basso impatto ambientale
Sul sito italiano della Apple campeggia un messaggio che informa come l’iPhone 3G arriverà l’11 luglio. La data è quella annunciata da Steve Jobs e vale per i 22 Paesi in cui l’oggetto del desiderio (oltre al nuovo software e relative nuove applicazioni) sarà reso disponibile al pubblico. Di più la casa della Mela non dice e anche i portavoce della società in Italia rimangono abbastanza abbottonati sulle modalità di vendita al dettaglio del nuovo melafonino, limitandosi a confermare che la distribuzione sarà tramite operatori e che è già possibile “prenotare” il prodotto in alcuni loro punti vendita e on line.Via alle prenotazioni in Italia. Ma poche le certezze per gli utenti
In realtà, la possibilità di mettere da subito le mani sullo smartphone della Mela si annuncia tutt’altro che certa e, lo dicono gli stessi utenti, soprattutto per chi ha in questo momento all’attivo un contratto di tipo business con il proprio gestore mobile. Prendiamo l’annuncio di Vodafone, che ha già allestito un sito dedicato per informare i suoi clienti: la compagnia telefonica ha fissato i prezzi di vendita on line dell’iPhone – 499 e 569 euro per le versioni da 8 e 16 GByte di memoria interna rispettivamente – per chi opterà per una scheda ricaricabile (il telefono si compra cioè privo di vincoli contrattuali e di Sim Lock ma si deve “attivare” con un numero dell’operatore) mentre per la clientela aziendale (con Partita Iva) il dettaglio dei piani tariffari verrà comunicato più avanti. Il claim di Vodafone conferma che per la clientela business l’abbinamento a piani tariffari in abbonamento (iPhone Vodafone Facile) porterà ad una sensibile riduzione del costo del dispositivo e includerà un’ampia offerta relativa al traffico dati. Ma gli utenti (business) si chiedono: chi ha già in essere un contratto per il traffico dati come verrà incentivato a comprare l’iPhone sottoscrivendo il piano di 24 mesi ad esso associato? E il terminale sarà effettivamente disponibile dall’11 luglio o la priorità di consegna (in termini di disponibilità a scaffale) verrà data a chi è pronto a sborsare 500 e passa euro per portarselo a casa e utilizzarlo con una carta ricaricabile? Dubbi più che leciti a cui non risponde neppure l’altro operatore che ha scommesso sulla nuova creatura di Apple. Telecom Italia Mobile ha confermato infatti che commercializzerà l’iPhone 3G per i clienti prepagati e quelli in abbonamento in base alle esigenze di utilizzo dei clienti e come Vodafone ha creato un sito al momento ancora non attivo) da cui prenotare il terminale direttamente via Web. Da dopodomani scatterà la campagna di promozione anche dei negozi Tim autorizzati (a cui oggi è fatto divieto di utilizzare del marchio Apple e delle immagini del telefono) ma intanto c’è già chi si è mosso senza badare a spese (UniEuro, con una massiccia compagna pubblicitaria sui principali quotidiani nazionali) per propagandarne la prenotazione presso i propri punti vendita e (a breve) direttamente sul proprio sito. Di prezzi, in questo caso, però non si parla e agli utenti rimane la scelta di fidarsi della promessa di effettiva pronta consegna del telefono. L’11 di luglio.
Si ripeterà il fenomeno “unlocked”? La scommessa di T-Mobile
A tre settimane dal debutto del nuovo iPhone in Italia, sui blog e sui siti specializzati in materia (fra questi il sito http://www.iphone.it/index.html) uno dei temi più trattati rimane quello del prezzo. Che non è alla portata di tutti ma allineato a quello degli smartphone di fascia alta delle varie Nokia, Samsung e via dicendo. Chi, fra gli appassionati italiani dei prodotti della Mela, aveva ipotizzato una vacanza negli Stati Uniti per mettere le mani sul melafonino spendendo 199 o 299 dollari deve ricredersi: il nuovo cellulare verrà venduto negli Stati Uniti, anche nei negozi Apple, solo a fronte della sottoscrizione di un contratto di 24 mesi con At&t e questo blinda (almeno inizialmente) i tentativi di chi, come successo con il vecchio modello, si era comprato l’iPhone in un Apple Store ed era tornato in Italia per effettuare lo sblocco necessario all’utilizzo del terminale sulle reti degli operatori locali. Gli esperti in materia assicurano che presto saranno disponibili sistemi di sblocco anche per l’iPhone 3G ma questo non risolve il problema a monte. O meglio: trovare l’iPhone già sbloccato e con il software in lingua italiana è possibile (sul sito http://www.phoneandphone.it/ per esempio) ma per averlo bisogna spendere 499 o 649 euro.
Ieri, intanto, è arrivata la notizia ufficiale dei listini che applicherà in Germania T-Mobile. La divisione cellulari di Deutsche Telekom venderà il nuovo iPhone a partire da un solo euro per la versione da 8 Gigabyte e a 19,95 euro per quella con doppia capacità di memoria. Il tutto sottoscrivendo un contratto mensile per due anni da 69 euro per usufruire di un determinato pacchetto di servizi di traffico voce e dati. Perchè questa scommessa al ribasso da parte del primo operatore mobile tedesco? Perché come nel caso di At&t (e di Tim, Vodafone e di altri carrier) Apple ha fatto cadere la clausola del “revenue sharing” legata all’esclusiva di vendita e così il guadagno generato da telefonate e connessioni a Internet è tutto dell’operatore. Ma i bassi prezzi del terminale eviteranno la corsa forsennata degli iPhone “unlocked” (per sganciarsi da subito dal vincolo contrattuale del gestore mobile) che si è verificata con il primo modello, con oltre un milione di melafonini venduti pronti per ospitar qualsiasi Sim card telefonica?
Quanto ci guadagna Apple? Tanto…
Con il nuovo iPhone, la casa di Cupertino guadagnerà di meno per ogni unità venduta, ma l’impatto sui profitti della società sarà minimo perchè il prezzo più basso scatnerà l’acquisto di massa del terminale. L’analisi compiuta dal Wall Street Journal, il giorno dopo l’annuncio di Steve Jobs, ha aperto la discussione sui margini del nuovo smartphone alla vigilia del suo lancio planetario con prezzi di listino (associati agli abbonamenti ai servizi dell’operatore) decisamente inferiori a quelli del primo modello. Il punto focale è noto: Apple ha rinunciato a chiedere agli operatori una percentuale sui ricavi delle chiamate e punta a raggiungere molti più clienti nei 70 Paesi (Giappone compreso) in cui il nuovo iPhone sarà venduti. In altre parole nelle casse della società californiana non entrano più le percentuali sugli abbonamenti mensili, gli operatori si accollano i costi dei sussidi che permettono di tenere bassi i prezzi del terminale (concentrando il propri ocore business sui contratti a lunga scadenza) e a beneficiare di tutto ciò saranno (pare) i consumatori finali. Ma rimangono sul piatto almeno due domande: quanto costa l’iPhone a Apple (componenti e produzione) e quanto lo pagheranno gli operatori. Le risposte non mancano. C’è chi, gli analisti della società di ricerca Sanford Bernstein, stima che i profitti di Apple non saranno inferiori a 250 dollari per telefono avvalorando la tesi secondo cui l’iPhone 3G potrebbe essere il prodotto più redditizio creato da Apple. E questo perché il costo di produzione (o meglio dei componenti) dovrebbe essere notevolmente inferiore al modello precedente. L’indiscrezione è arrivata nei giorni scorsi da Portelligent, un’azienda texana specializzata in questo tipo di ricerche, la cui analisi sui materiali che compongono il nuovo melafonino stando alle specifiche fornite da Apple ha portato a calcolare in circa 100 dollari la spesa che andrà a sostenere Apple per singolo apparecchio, contro i 170 necessari per l’assemblaggio di un iPhone di prima generazione. Il costo aggiuntivo del chip 3G, stando a questa analisi, verrebbe ampiamente assorbito dai minori esborsi per lo schermo e le memorie, che hanno prezzi di mercato molto inferiori a un anno fa. Altri 25 dollari sarebbero stati limati su altri materiali e in soldoni si può calcolare che Apple guadagni un buon 50% su ogni pezzo venduto, senza dimenticare che il modello da 16 GByte costa alla società appena 20 dollari in più rispetto a quello da 8 Gbyte mentre il rincaro per il consumatore finale è di ben 100 dollari.
Ai costi di produzione vanno naturalmente aggiunti quelli di ricerca e sviluppo, di marketing e di distribuzione, ma se come dice Yankee Group Research il sussidio pagato da At&t si aggirasse attorno ai 200 dollari ecco spiegato come per Steve Jobs sia reale l’ipotesi di enormi margini di profitto. Tanto più che a portare dollari nelle casse della società della Mela contribuiranno ora anche tutti i servizi che ruotano intorno all’iPhone 3G, dal nuovo MobileMe all’iTunes Music Store ed Apple Store. Ed ecco che il senso delle parole pronunciate da Jobs sul palco del Moscone Center di San Francisco lo scorso lunedi – “Twice the speed, half the price”, il doppio della velocità alla metà del prezzo – prende ancora più sostanza.
(Gianni Rusconi – www.ilsole24ore.com)
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PART II
PART III
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