Mauro Ferrari, un “nostro” talento internazionale

10 07 2008

E’ anche grazie al Forum della Ricerca e dell’Innovazione che il nostro Paese ha avuto la possibilità di “riscoprire” uno di quei talenti, di quei cervelli in fuga, che hanno trovato negli Stati Uniti un ambiente favorevole alle proprie ricerche. Il professor Mauro Ferrari è quasi diventato un eroe nazionale. La sua popolarità cresce di giorno in giorno come testimoniano i numerosi inviti che ha ricevuto da parte degli atenei italiani. Dopo il  keynote speech al Forum (maggio 2008 ) , ha preso parte nel giugno 2008, a due importanti eventi riguardanti le frontiere della Nanomedicina presso l’Università di Milano Bicocca e la facoltà di Medicina dell’Università di Padova. Recentemente è stato protagonista di una bella intervista su Il sole 24 Ore, che potete leggere a questo LINK e di un’altra intervista sull’inserto di scienza e tecnologia de La Stampa che è possibile leggere a questo LINK

La vicenda di Mauro Ferrari, puo’ essere dunque l’occasione per tornare su uno dei temi portanti del Forum 2008: la fuga dei cervelli. L’Italia non deve vivere con un complesso di inferiorità e preoccuparsi troppo della fuga dei suoi migliori cervelli. Proviamo solo per un momento ad ammainare il tricolore, a lasciare da parte l’orgoglio nazionale, adottando un punto di vista strettamente scientifico. Non è forse meglio che certi “talenti” operino li’ dove dove il contesto sociale, culturale e scientifico puo’ offrire il migliore contesto? Non sarà forse questo un beneficio per la scienza in generale e per l’intera umanità? Da questo punto di vista, possiamo dunque provocatoriamente affermare che  il problema di fuga dei cervelli non esiste. Prendiamo proprio l’esempio di Mauro Ferrari, tra i padri fondatori di una nuova scienza, la nanomedicina, che promette di portare sensibili miglioramenti nelle cure per il cancro. Forse se Ferrari non avesse operato negli States, l’ambiente piu’ dinamico e competitivo (scientificamente parlando), ora sarebbe ugualmente un ottimo scienziato, un illustre docente, ma non avrebbe messo a frutto tutto il suo potenziale di ricerca. 

Sulla base di queste riflessioni, dunque, la questione del brain drain non deve preoccuparci. La vera sfida sta nel diventare un polo di attrazione di talenti e cervelli. L’Italia non deve chiedersi cosa fare per impedire la fuga dei cervelli, ma cosa fare per diventare un polo internazionale di attrazione per quanto riguarda alcuni ambiti disciplinari di eccellenza.





Nanotech, il grande affare: la grande inchiesta de Il Corriere della Sera intervista i protagonisti del Forum

26 06 2008

Il numero odierno de Il Corriere della Sera dedica due pagine speciali alle opportunità e agli orizzonti delle nanotecnologie. Lo fa con un bell’articolo di Antonia Jacchia, gia’ inviata della medesima testata al Forum della Ricerca e dell’Innovazione, che intervista alcuni dei protagonisti del Forum: Renato Bozio, prorettore alla Ricerca dell’Università di Padova, Stefano Gallucci, imprenditore e titolare QID e Luisa Bozano, ricercatrice dell’Ibm.

Per leggere l’articolo è sufficiente collegarsi a questo LINK





Le dieci tecnologie che cambieranno il mondo

25 06 2008

Il numero odierno di TuttoScienze, inserito de La Stampa ospita un intervento di Jon Turney, intelletuale, scrittore e futurologo che presenta alcune considerazioni sulla convergenza di bio, info e nanotecnologie. L’articolo puo’ essere consultato direttamente a questo LINK.

Uno degli aspetti piu’ interessanti dell’articolo è la rassegna delle dieci tecnologie che potrebbero cambiare società ed economia in breve tempo. Le riassumiamo:

1) MODELING SURPRISE: sofwtare in grado di combinare e gestire una gran quantità di dati con la logica della psicologia per gestire eventi imprevedibili

2)  CHIPS PROBABILISTICI: circuiti a bassa potenza con minimi margini di imperfezione, capaci di aumentare esponenzialmente le capacità di calcolo

3) NANORADIO: radio microscopica, il cui circuito base è costituito da un nanotubo di carbonio. E’ in grado di entrare anche nei vasi sanguigni

4) ELETTRICITA’ WIRELESS: eliminati i classici fili, l’elettricità viene trasferita a distanza sfruttando le proprietà dei campi magnetici

5) MAGNETOMETRI ATOMICI: sensori dalle dimensioni di un chicco di riso: possono misurare molti campi magnetici, da quelli delle proteine a quelli dei metalli

6) APPLICAZIONI WEB OFFLINE: con programmi integrati si sfruttano le tecnologie web per usare applicazioni desktop sia online che offline

7) TRANSISTORS AL GRAFENE: si candidano come la prossima generazione elettronica, con una velocità almeno cento volte maggiore rispetto ai tradizionali transistor di silicio

8)CONNECTOMICS: gruppi di proteine fluorescenti tracciano mappe con le quali evidenziare la trasmissione dei segnali nei sistemi nervosi

9) REALITY MINING: raccolta multipla di dati con cellulari e Gps per la costruzione di modelli statistici con cui si prevedono molti fenomeni sociali e collettivi

10) ENZIMI PER LA CELLULOSA: procedimenti biochimici per la produzione accelerata ed economica di biocarburanti di nuova generazione e basso impatto ambientale





Costi, margini e disponibilità: ecco tutti i retroscena dell’avvento dell’iPhone 3G

18 06 2008


Sul sito italiano della Apple campeggia un messaggio che informa come l’iPhone 3G arriverà l’11 luglio. La data è quella annunciata da Steve Jobs e vale per i 22 Paesi in cui l’oggetto del desiderio (oltre al nuovo software e relative nuove applicazioni) sarà reso disponibile al pubblico. Di più la casa della Mela non dice e anche i portavoce della società in Italia rimangono abbastanza abbottonati sulle modalità di vendita al dettaglio del nuovo melafonino, limitandosi a confermare che la distribuzione sarà tramite operatori e che è già possibile “prenotare” il prodotto in alcuni loro punti vendita e on line.Via alle prenotazioni in Italia. Ma poche le certezze per gli utenti
In realtà, la possibilità di mettere da subito le mani sullo smartphone della Mela si annuncia tutt’altro che certa e, lo dicono gli stessi utenti, soprattutto per chi ha in questo momento all’attivo un contratto di tipo business con il proprio gestore mobile. Prendiamo l’annuncio di Vodafone, che ha già allestito un sito dedicato per informare i suoi clienti: la compagnia telefonica ha fissato i prezzi di vendita on line dell’iPhone - 499 e 569 euro per le versioni da 8 e 16 GByte di memoria interna rispettivamente – per chi opterà per una scheda ricaricabile (il telefono si compra cioè privo di vincoli contrattuali e di Sim Lock ma si deve “attivare” con un numero dell’operatore) mentre per la clientela aziendale (con Partita Iva) il dettaglio dei piani tariffari verrà comunicato più avanti. Il claim di Vodafone conferma che per la clientela business l’abbinamento a piani tariffari in abbonamento (iPhone Vodafone Facile) porterà ad una sensibile riduzione del costo del dispositivo e includerà un’ampia offerta relativa al traffico dati. Ma gli utenti (business) si chiedono: chi ha già in essere un contratto per il traffico dati come verrà incentivato a comprare l’iPhone sottoscrivendo il piano di 24 mesi ad esso associato? E il terminale sarà effettivamente disponibile dall’11 luglio o la priorità di consegna (in termini di disponibilità a scaffale) verrà data a chi è pronto a sborsare 500 e passa euro per portarselo a casa e utilizzarlo con una carta ricaricabile? Dubbi più che leciti a cui non risponde neppure l’altro operatore che ha scommesso sulla nuova creatura di Apple. Telecom Italia Mobile ha confermato infatti che commercializzerà l’iPhone 3G per i clienti prepagati e quelli in abbonamento in base alle esigenze di utilizzo dei clienti e come Vodafone ha creato un sito al momento ancora non attivo) da cui prenotare il terminale direttamente via Web. Da dopodomani scatterà la campagna di promozione anche dei negozi Tim autorizzati (a cui oggi è fatto divieto di utilizzare del marchio Apple e delle immagini del telefono) ma intanto c’è già chi si è mosso senza badare a spese (UniEuro, con una massiccia compagna pubblicitaria sui principali quotidiani nazionali) per propagandarne la prenotazione presso i propri punti vendita e (a breve) direttamente sul proprio sito. Di prezzi, in questo caso, però non si parla e agli utenti rimane la scelta di fidarsi della promessa di effettiva pronta consegna del telefono. L’11 di luglio.

Si ripeterà il fenomeno “unlocked”? La scommessa di T-Mobile
A tre settimane dal debutto del nuovo iPhone in Italia, sui blog e sui siti specializzati in materia (fra questi il sito http://www.iphone.it/index.html) uno dei temi più trattati rimane quello del prezzo. Che non è alla portata di tutti ma allineato a quello degli smartphone di fascia alta delle varie Nokia, Samsung e via dicendo. Chi, fra gli appassionati italiani dei prodotti della Mela, aveva ipotizzato una vacanza negli Stati Uniti per mettere le mani sul melafonino spendendo 199 o 299 dollari deve ricredersi: il nuovo cellulare verrà venduto negli Stati Uniti, anche nei negozi Apple, solo a fronte della sottoscrizione di un contratto di 24 mesi con At&t e questo blinda (almeno inizialmente) i tentativi di chi, come successo con il vecchio modello, si era comprato l’iPhone in un Apple Store ed era tornato in Italia per effettuare lo sblocco necessario all’utilizzo del terminale sulle reti degli operatori locali. Gli esperti in materia assicurano che presto saranno disponibili sistemi di sblocco anche per l’iPhone 3G ma questo non risolve il problema a monte. O meglio: trovare l’iPhone già sbloccato e con il software in lingua italiana è possibile (sul sito http://www.phoneandphone.it/ per esempio) ma per averlo bisogna spendere 499 o 649 euro.
Ieri, intanto, è arrivata la notizia ufficiale dei listini che applicherà in Germania T-Mobile. La divisione cellulari di Deutsche Telekom venderà il nuovo iPhone a partire da un solo euro per la versione da 8 Gigabyte e a 19,95 euro per quella con doppia capacità di memoria. Il tutto sottoscrivendo un contratto mensile per due anni da 69 euro per usufruire di un determinato pacchetto di servizi di traffico voce e dati. Perchè questa scommessa al ribasso da parte del primo operatore mobile tedesco? Perché come nel caso di At&t (e di Tim, Vodafone e di altri carrier) Apple ha fatto cadere la clausola del “revenue sharing” legata all’esclusiva di vendita e così il guadagno generato da telefonate e connessioni a Internet è tutto dell’operatore. Ma i bassi prezzi del terminale eviteranno la corsa forsennata degli iPhone “unlocked” (per sganciarsi da subito dal vincolo contrattuale del gestore mobile) che si è verificata con il primo modello, con oltre un milione di melafonini venduti pronti per ospitar qualsiasi Sim card telefonica?
Quanto ci guadagna Apple? Tanto…
Con il nuovo iPhone, la casa di Cupertino guadagnerà di meno per ogni unità venduta, ma l’impatto sui profitti della società sarà minimo perchè il prezzo più basso scatnerà l’acquisto di massa del terminale. L’analisi compiuta dal Wall Street Journal, il giorno dopo l’annuncio di Steve Jobs, ha aperto la discussione sui margini del nuovo smartphone alla vigilia del suo lancio planetario con prezzi di listino (associati agli abbonamenti ai servizi dell’operatore) decisamente inferiori a quelli del primo modello. Il punto focale è noto: Apple ha rinunciato a chiedere agli operatori una percentuale sui ricavi delle chiamate e punta a raggiungere molti più clienti nei 70 Paesi (Giappone compreso) in cui il nuovo iPhone sarà venduti. In altre parole nelle casse della società californiana non entrano più le percentuali sugli abbonamenti mensili, gli operatori si accollano i costi dei sussidi che permettono di tenere bassi i prezzi del terminale (concentrando il propri ocore business sui contratti a lunga scadenza) e a beneficiare di tutto ciò saranno (pare) i consumatori finali. Ma rimangono sul piatto almeno due domande: quanto costa l’iPhone a Apple (componenti e produzione) e quanto lo pagheranno gli operatori. Le risposte non mancano. C’è chi, gli analisti della società di ricerca Sanford Bernstein, stima che i profitti di Apple non saranno inferiori a 250 dollari per telefono avvalorando la tesi secondo cui l’iPhone 3G potrebbe essere il prodotto più redditizio creato da Apple. E questo perché il costo di produzione (o meglio dei componenti) dovrebbe essere notevolmente inferiore al modello precedente. L’indiscrezione è arrivata nei giorni scorsi da Portelligent, un’azienda texana specializzata in questo tipo di ricerche, la cui analisi sui materiali che compongono il nuovo melafonino stando alle specifiche fornite da Apple ha portato a calcolare in circa 100 dollari la spesa che andrà a sostenere Apple per singolo apparecchio, contro i 170 necessari per l’assemblaggio di un iPhone di prima generazione. Il costo aggiuntivo del chip 3G, stando a questa analisi, verrebbe ampiamente assorbito dai minori esborsi per lo schermo e le memorie, che hanno prezzi di mercato molto inferiori a un anno fa. Altri 25 dollari sarebbero stati limati su altri materiali e in soldoni si può calcolare che Apple guadagni un buon 50% su ogni pezzo venduto, senza dimenticare che il modello da 16 GByte costa alla società appena 20 dollari in più rispetto a quello da 8 Gbyte mentre il rincaro per il consumatore finale è di ben 100 dollari.
Ai costi di produzione vanno naturalmente aggiunti quelli di ricerca e sviluppo, di marketing e di distribuzione, ma se come dice Yankee Group Research il sussidio pagato da At&t si aggirasse attorno ai 200 dollari ecco spiegato come per Steve Jobs sia reale l’ipotesi di enormi margini di profitto. Tanto più che a portare dollari nelle casse della società della Mela contribuiranno ora anche tutti i servizi che ruotano intorno all’iPhone 3G, dal nuovo MobileMe all’iTunes Music Store ed Apple Store. Ed ecco che il senso delle parole pronunciate da Jobs sul palco del Moscone Center di San Francisco lo scorso lunedi – “Twice the speed, half the price”, il doppio della velocità alla metà del prezzo – prende ancora più sostanza.

(Gianni Rusconi - www.ilsole24ore.com)

 

 

 

 





ForumTV - l’intervento di Gary Pisano (Harvard Business School)

17 06 2008

PART I

PART II

PART III

 

 

 

 





Nanochallenge and Polymerchallenge 2008

17 06 2008

Sono aperte le iscrizioni a Nanochallenge and Polymerchallenge 2008. La competizione mette in palio un montepremi di 600.000 euro per l’avvio di start-up nel settore delle nanotecnologie e dei materiali polimerici e compositi. Possono partecipare team italiani e stranieri composti da almeno due persone, intenzionati ad avviare la propria impresa in Veneto o in Campania, all’interno dei Distretti tecnologici Veneto Nanotech ed IMAST. La deadline per la registrazione e l’invio della descrizione del progetto è il 21 luglio 2008. Per informazioni:
info@nanochallenge.com
www.nanochallenge.com





FORUM TV - l’intervento di Giardina (NiKem Research)

10 06 2008

vedi la PRESENTAZIONE di Giuseppe Giardina

PARTE I

PARTE II

PARTE III

 





Un momento della partecipazione al Forum

6 06 2008





4 giugno 1977

4 06 2008

Era il 4 giugno del 1977, quando due ragazzi intorno alla ventina, Steve Jobs e Steve Wozniak, lanciarono sul mercato una macchina completa di tastiera, monitor, processore e memoria a prezzi notevolmente inferiori e con prestazioni superiori alla media del mercato di allora. E’ la prima macchina pensata e realizzata per un pubblico piu’ ampio dei soliti appassionati di elettronica.

L’Apple II innaugura con un successo immediato, l’era del personal computer ponendo sotto i riflettori questa piccola azienda, fondata appena un anno prima a Cupertino,nel cuore della Silicon Valley. Sarà venduto 500.000 volte per i successivi 16 anni diventando il primo successo commerciale del settore e dando un solido avvio alla crescita della Apple Computer ancora ai primi posti nel campo dell’informatica.

Il nuovo macchinario esegue ancora comandi da linea di comando, possiede però delle capacità grafiche superiori alla media e un monitor a colori che permette soluzioni profondamente diverse dai monitor bicromatici. L’antenato dei nostri attuali PC, equipaggiato con un processore da 1 MHZ e una Memoria di 52 kB e senza disco rigido, appare una macchina molto diversa, come caratteristiche e capacità, di quelle presenti sul mercato oggi. Ma è proprio il suo avvento ad aver permesso lo sviluppo di sistemi operativi e programmi sempre piu’ grafici e facili da utilizzare, passando dalla linea di comando utilizzata da pochi a sistemi operativi con interfaccia grafica di facile utilizzazione, come Macintosh e successivamente a Windows di Microsoft.

La mela multicolore, appena morsa, simbolo di conoscenza e genialità, rappresenta ancora oggi l’innovazione, il design e la semplicità nell’utilizzazione dei suoi prodotti. L’immediata utilizzazione delle macchine Apple, principio al quale i due “Steve” non hanno mai derogato, è iniziata con l’Apple II, macchina autonoma e completa funzionante appena tirata fuori dall’imballo. L’utente non doveva fare nient’altro. Si potevano collegare modem e stampanti, salvare i dati elaborati su floppy semi-rigidi da 5″ e 1/4 (110 kB).

Oggi, Apple pur rappresentando uno dei maggiori fenomeni economici del XX secolo, tiene ancora fede a questo principio in pur avendo diversificato enormemente la tipologia dei suoi prodotti e servizi rappresentando uno dei maggiori fenomeni economici del XX secolo.

 





Il Belpaese ha perso il treno, I suoi talenti costretti a prendere l’aereo.

3 06 2008

Questo intervento di Jacopo Buriollo, in origine un commento, penso possa avere maggior risalto e magari innescare altri interventi. MM

 

La fuga dei cervelli è ormai un fenomeno talmente ricorrente e consolidato in Italia, che sembra essere diventato normale e quasi comunemente accettato, una routine per un paese che con un eufemismo potremmo definire anziano e stanco, lacerato da un’instabilità politica interna e da una mentalità collettiva che lo sta portando a sopportare ogni cosa o addirittura a non vedere i problemi di cui sta soffrendo.
Un tempo il nostro Paese era famoso nel mondo per la letteratura, per l’arte, per la politica, per le scienze e per altre nobili ragioni, ora in tutti questi settori siamo fortemente indietro rispetto agli altri paesi europei e a numerosi altri paesi del pianeta. Tuttavia l’italiano tipico si considera ancora al centro del mondo, soprattutto dopo che l’Italia ha vinto i mondiali di calcio: campioni del mondo? Si ma solo in uno sport o forse anche in ipocrisia.
Fortunatamente c’è anche chi denuncia una situazione molto meno serena su temi di gran lunga più importanti, come fa Irene Tinagli nel suo nuovo libro “Talento da Svendere”.
Il fatto che numerosi talenti italiani decidano sempre più spesso di fuggire all’estero è dovuto fondamentalmente alle tre cause riportate nell’articolo di Michele Smargiassi su Repubblica: l’università, l’impresa e la geografia.
Senza ripetere quanto detto dal giornalista mi soffermerò a discutere queste tre ragioni con lo sguardo dello studente, che sfortunatamente sta vivendo in prima persona questo drammatico problema.
Per quanto riguarda l’università, ritengo che oltre ai problemi giustamente sottolineati da Smargiassi, vi sia la scarsa capacità di motivazione e il totalmente assente incentivo alla creatività da parte delle facoltà italiane. Per quanto riguarda ingegneria, che è stata la mia scelta come percorso di studi, ho potuto notare in questi anni la scarsità di docenti che sappiano motivare i propri studenti, che riescano a dare loro un punto di vista anche solo un poco diverso da quello convenzionale incentrato su nozioni e formule da sapere a memoria senza un minimo accenno allo sviluppo della propria creatività.
Sono arrivato a Ingegneria Informatica ormai 3 anni fa, con una passione per l’informatica, con gli occhi del ragazzino che a 5 anni assemblava computers nel negozio sotto casa e mi preparo ad uscirne ora nauseato dalla mia stessa passione, totalmente privo di interesse per quello che ho scelto e con un unico interesse rivolto all’economia, la materia che ha meno a che fare con le altre nel mio corso di laurea e che forse anche per questo ha assunto ai miei occhi un fascino particolare essendo l’unica che riesce a stimolare la mia creatività.
Ed è proprio il fattore creatività che ha generato quello che Google ha definito il “problema Facebook”, ovvero la fuga di cervelli da Google verso l’azienda di Zuckerberg, una migrazione che sembra dovuta proprio alla ricerca di avventura, di un luogo in cui si possa nutrire la propria genialità e creatività, luogo che era rappresentato dalla Google di ieri e che si può trovare nella Facebook di oggi.
Purtroppo la maggior parte dei miei colleghi con cui ho occasione di parlare non la pensano allo stesso modo, sono ormai assuefatti dal sistema “studia, impara a memoria, registra il voto, dimentica e trova lavoro il prima possibile, possibilmente vicino a mamma e papà” caratteristico del sistema universitario e sociale di questo paese.
Le imprese sono certamente un altro fattore critico. In Italia predomina la piccola e media impresa, spesso a conduzione familiare, quasi sempre diffidente rispetto ad ogni apertura verso l’esterno, poco propensa ad accettare apporti esterni non solo in termini di finanziamenti (che non siano pubblici e a fondo perduto), ma anche di idee capaci di innescare processi virtuosi di innovazione: un cocktail letale per un neo laureato con talento e creatività.
Per quanto riguarda i bassi salari la cosa che ritengo maggiormente triste è che tra i miei colleghi universitari c’è ancora la convinzione che il titolo di Ingegnere Informatico ti dia automaticamente la possibilità di ricoprire ruoli importanti e guadagnare molto denaro: quando faccio loro notare che attualmente la figura del programmatore in un azienda informatica (ruolo spesso ambito dagli Ingegneri che non sanno che per svolgerlo basta un diploma di un istituto tecnico) è pressappoco l’equivalente di quella di un operaio metalmeccanico, vengo accusato di pessimismo.
Infine anche la geografia come viene sottolineato nell’articolo è un aspetto che non va sottovalutato: la mentalità degli italiani è per la maggior parte chiusa e miope; mi permetto di fare alcuni esempi senza scendere troppo nello specifico.
La nuova generazione di imprenditori che si sta formando, per lo meno in Veneto, è spesso composta da figli di papà che non hanno dovuto fare nemmeno un briciolo di fatica per raggiungere i loro obbiettivi, grazie agli sforzi compiuti dai loro genitori in passato, una generazione che è spesso più attenta ad esibire la propria automobile per le strade del centro città piuttosto che a interessarsi di un’azienda che non sentono come propria in quanto non hanno dovuto faticare per ottenerla.
L’egoismo che porta molti imprenditori a ritenere di gran lunga più importante guadagnare molto denaro con metodi leciti e illeciti senza interessarsi o perfino a discapito del bene della collettività non è certamente un fattore positivo per la formazione di imprese che possano aiutare il nostro paese a recuperare.
Se poi si pensa che una lingua come l’inglese, fondamentale nel business a livello internazionale, è spesso del tutto ignorata dai nostri imprenditori veneti che faticano addirittura ad esprimersi in un italiano privo di storpiature dialettali, si capisce che mancano addirittura le basi per l’innovazione.
La mentalità bigotta di cui si parla nell’articolo la fa infatti da padrona in Italia, un paese in cui la donna è spesso ancora considerata inferiore all’uomo, dove orientamenti sessuali e colore della pelle determinano le capacità e la qualità delle persone, dove tutto ciò che viene da fuori dei nostri confini viene visto con timore e con disprezzo.
Nonostante vi siano ogni tanto delle buone notizie che sembrano invertire questa tendenza (un esempio che balza alla mente è l’elezione di Emma Marcegaglia a presidente di Confindustria) temo che questo possa rimanere un caso isolato, una sorta di bella eccezione che conferma una triste regola.
L’amara conclusione è che il nostro paese continua a perdere giovani talenti che migrano all’estero e tende a produrne sempre di meno, ma una soluzione c’è e non è quella di accettare le cose così come stanno, bensì rimboccarsi le macchine e lavorare per creare le condizioni adatte al proliferare di quel genio e di quella creatività italica che contraddistinsero la nostra nazione.
E soprattutto, diversamente da chi continua a sostenere che i Veneti sono la locomotiva d’Italia, è necessario rendersi conto che il treno dell’innovazione l’abbiamo perso da un pezzo e dobbiamo cominciare a camminare con le nostre gambe perché al momento siamo rimasti a piedi.

 

Jacopo Buriollo

 

L’articolo di Michele Smargiassi sui talenti sprecati tratto da Repubblica.it:
http://www.repubblica.it/2008/04/sezioni/scuola_e_universita/servizi/cervelli-sprecati/cervelli-sprecati/cervelli-sprecati.html?ref=search

L’articolo di Paolo Pontoniere su Google e il problema Facebook tratto da Repubblica.it:
http://www.repubblica.it/2007/12/sezioni/scienza_e_tecnologia/google-7/cervelli-in-fuga/cervelli-in-fuga.html?ref=search