Ricerca scientifica, l’Asia ci crede ed investe piu’ di Europa e USA

1 09 2008

L’intervento di Silvio Garattini è pubblicato su Il Messaggero ed Il Gazzettino (1-sett-08)

Per la prima volta nella storia l’Asia sarà il continente a spendere più risorse economiche nella ricerca scientifica: più degli Usa, tradizionalmente all’avanguardia e molto di più dell’Europa. Per dare qualche esempio dell’impiego asiatico basterà ricordare che le università cinesi sono presenti fra le prime del mondo in una classifica in cui l’Italia non piazza nessuna delle sue università fra le prime cento.Prestigiosi ricercatori cinesi ed indiani stanno ritornando nei loro Paesi d’origine per contribuire allo sviluppo della ricerca. Anche nei Paesi arabi si sta sviluppando una maggiore attenzione alla ricerca scientifica. A Dubai è in atto la realizzazione di un grande centro per i tumori con la possibilità di estendere la ricerca anche ad altri settori della medicina. A Singapore si stanno reclutando cervelli da tutto il mondo ed anche alcuni autorevoli ricercatori italiani fanno parte di questa immigrazione. Nel corso di una visita all’istituto Mario Negri, una delegazione di ricercatori di Singapore ha reso noto che per realizzare una città della scienza mille giovani sono stati disseminati nei principali centri di eccellenza in Inghilterra e in America per ottenere un dottorato di ricerca. Di fronte a questo grande fermento asiatico che comincerà a dare i suoi frutti tra non molti anni, come è possibile che i reggitori delle sorti europee non si rendano conto che non si può continuare ad ignorare la ricerca, come se fosse un fiore da mettere all’occhiello in tempi di vacche grasse anziché uno strumento di propulsione culturale ed industriale indispensabile per il progresso? L’Europa si limita a fare grandi proclami. Il patto di Lisbona aveva suscitato grandi speranze stabilendo l’impegno di portare le spese della ricerca al 3 per cento entro il 2010. Il tempo è passato e semmai sono state ridotte le risorse. L’Europa spende per la ricerca comunitaria forse il 4 per cento delle risorse disponibili per la ricerca nei 27 Paesi membri. Il tanto decantato settimo programma quadro mette a disposizione ogni anno risorse che sono una piccola frazione di quanto spende il solo National Institute of Health di Bethesda. Si continua, frutto di pura follia ed egoismo nazionalistico, a spendere i soldi nei vari Paesi europei per ripetere esattamente lo stesso tipo di ricerca.

Si hanno così 27 programmi sui tumori, sulle malattie mentali o sulla patologia cardiovascolare che sono ripetitivi anziché concentrare una parte significativa delle risorse nazionali in programmi europei in cui integrare le metodologie e le competenze. In questo quadro l’Italia sta diventando sempre di più il fanalino di coda europeo; a seconda dei parametri utilizzati viene salvata qualche volta dal Portogallo o dalla Grecia, Paesi peraltro che stanno aumentando il loro impegno per la ricerca. Rispetto alle promesse di Lisbona siamo ancora ad un investimento dell’1 per cento del Prodotto interno lordo ed il 2010 è già dietro l’angolo! Di questo 1 per cento lo Stato spende circa lo 0,6 per cento, ma va praticamente così tutto a pagare i salari dei professori universitari e dei ricercatori dei vari enti pubblici di ricerca, mentre l’altro 0,4 per cento deriva dalla ricerca privata, una cifra assolutamente anomala ed insufficiente rispetto a quanto succede negli altri Paesi europei. Ciò è in parte dovuto al fatto che in Italia sia ridotta notevolmente la presenza della grande industria, ma anche alla mancanza di infrastrutture e di ricercatori (solo 2,7 per ogni mille lavoratori contro i 5,1 della media europea) che non incentiva certamente l’investimento in ricerca da parte di gruppi stranieri. Le prospettive sono disastrose considerando che i giovani migliori non sono più attratti dalla ricerca scientifica proprio per la mancanza di opportunità di carriera e la povertà di risorse economiche. Continuando così si accentuerà la tendenza dell’Italia a divenire solo un mercato e ad essere relegata a divenire un Paese sempre più vicino ai Paesi in via di sviluppo. Il nuovo governo non può ignorare il problema della ricerca, ma deve fare uno sforzo per creare una discontinuità con il passato su almeno tre fronti essenziali. Anzitutto bisogna realizzare un grande programma rivolto ai giovani che devono avere la possibilità di mettere i loro talenti al servizio della conoscenza che deve poi tradursi anche in opportunità di crescita industriale. Occorre dare su base meritocratica ai giovani l’opportunità di una formazione nei migliori centri di ricerca italiani tracciando fin dall’inizio per i più meritevoli una opportunità di carriera con salari dignitosi. In secondo luogo è necessario mettere a disposizione maggiori risorse in base ad una precisa programmazione che dia garanzie a chi vuole organizzare la ricerca. Con la miseria non si possono fare riforme; alla ricerca scientifica italiana serve l’equivalente del costo di un centinaio di chilometri di autostrada. Il governo non può continuare a dire che non abbiamo soldi o che non si immettono risorse in un sistema che non funziona perché riconosce i parenti degli amici anziché il merito. In Italia i luoghi di eccellenza sono facilmente identificabili e tutti sanno cosa bisogna fare per spendere bene le risorse disponibili: è solo questione di volontà. Per realizzare la discontinuità con il passato sono necessarie infine nuove forme organizzative. Il gruppo 2003, formato dai ricercatori italiani di tutte le discipline più citate nella letteratura scientifica internazionale, ha da tempo lanciato l’idea di creare un’agenzia italiana per la ricerca scientifica (Airs) con lo scopo di implementare un nuovo sistema per la gestione e l’assegnazione dei fondi per la ricerca, raggruppando le risorse che oggi vengono invece gestite clientelarmente dai vari ministeri. La nuova agenzia dovrebbe raccogliere le priorità identificate dai politici, ma dovrebbe poi agire in modo indipendente ed efficiente. Parole gettate al vento?

Silvio Garattini





Tutti i coordinatori delle sessioni del Forum

15 05 2008

Oggi inizia con la sessione inaugurale il Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008

Ecco i nomi di tutti i coordinatori di sessione

giovedì 15 maggio 2008
Sessione Inaugurale – Daniele Manca (Il Corriere della Sera)

venerdi 16 maggio 2008
Incontro con Mauro Ferrari – Giovanni Caprara (Il Corriere della Sera)
Le imprese farmaceutiche e biotech – Micaela Faggiani (Telechiara)
L’innovazione per la finanza, la finanza per l’innovazione – Alessandro Graziani (Il Sole 24 Ore)
I distretti ad alta tecnologia nell’economia della conoscenza – Cristina Catarinicchia (Telenordest)
Sistemi nazionali di innovazione – Guido Romeo (Nova – Il Sole 24 Ore)
Il biotech italiano – Micaela Faggiani (Telechiara)
Scenari tecnologici – Adriano Favaro (Il Gazzettino)
Biotech a NordEst – Luca Barbieri (Corriere del Veneto)
Innovazione e cambiamento dei distretti – Fabrizio Stelluto (Teleregione)
Comunicare la Ricerca alle Imprese – Andrea Berti (Università degli Studi di Padova)
I nuovi scenari dell’economia dei servizi – Mauro Pertile (Il Mattino di Padova)
Creatività, design e made in Italy – Adriano Favaro (Il Gazzettino)
Le imprese hightech: grandi idee, piccole particelle – Antonio Sfiligoj (Sviluppo Italia Friuli)
L’Università per la creazione di nuove imprese – Stefano Gallucci (QID Nanotechnologies)

sabato 17 maggio 2008
I territori dell’innovazione e la capacità di attrarre talenti, risorse ed investimenti – Omar Monestier (Il Mattino di Padova)
Alta Tecnologia in campo biomedico – Alfredo Ruggeri (Università degli Studi di Padova)
Design e Tecnologia per l’innovazione: un binomio vincente – Luigi Bacialli (Canale Italia)
Quale futuro per la gestione delle informazioni e dei documenti? – Gianni Penzo (Università degli Studi di Padova)
Ecosistemi per l’innovazione – Francesco Jori (La Repubblica)
Ambiente ed energia: la sfida greentech – Maurizio Caiaffa (La Nuova Venezia)
Il futuro della Rete – Gigi Tagliapietra (Clusit)
I nuovi media: evoluzione e trasformazione della comunicazione – Paolo Valdemarin (Evectors)
Gli spin-off universitari: dal laboratorio all’impresa – Guglielmo Frezza (giornalista)
Imprenditori della Rete, imprenditori nella Rete – Roberto Guidetti (Telepadova)
Social Networks e WEB 2.0 – Marco Zamperini (Value Team)

domenica 18 maggio 2008
Talento da svendere : quale futuro per i talenti italiani? – Loredana Oliva (Il Sole 24 Ore)
La ricerca dei talenti – Irene Tinagli (Carnegie Mellon University)





Innovazione industriale: tempi lunghi e ministeri divisi

13 05 2008

Ricerca, pronti soldi e progetti Ma la burocrazia frena tutto

da www.corriere.it

 guarda la scheda a questo LINK

Un miliardo e mezzo di euro se si considerano agevolazioni fiscali e progetti di innovazione industriale. Molto di più (circa sette miliardi) se si calcola l’insieme dei finanziamenti nazionali, regionali e comunitari destinati—quest’anno per la prima volta con una gestione in tandem—dal ministero dello Sviluppo economico e da quello dell’Università e della Ricerca. Non si può dire insomma che sia la penuria di quattrini il problema della ricerca industriale in Italia: il progetto Industria 2015 lanciato a fine 2006 dall’ex ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani—oggi all’esame del suo successore Claudio Scajola — vale un miliardo di euro in tre anni. Il progetto è stato firmato anche dall’ex ministro dell’Università e della Ricerca Fabio Mussi: cosa che, come inizio di una collaborazione augurabile, non è banale. Le agevolazioni fiscali a favore delle imprese (credito d’imposta del 10 per cento per tutte le aziende che sostengono spese di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, innalzato al 40 per cento per chi collabora con l’università) valgono circa altri cinquecento milioni.

Tuttavia non si può neanche dire che il problema sia la mancanza di scelte strategiche di fondo perché i cinque obiettivi inclusi nel progetto Bersani (efficienza energetica, mobilità sostenibile, made in Italy, salute e beni culturali) rappresentano una scelta di campo molto netta. Molto ovvia, dicono i critici. Nelle intenzioni, rappresentano un passo avanti rispetto al metodo dei finanziamenti a pioggia dati un po’ qua un po’ là. I guai che emergono, semmai, sono altri, e in qualche modo sono collegati: i tempi di pianificazione dei progetti, ancora troppo lunghi; la sovrapposizione di competenze tra i due ministeri interessati (Sviluppo economico e Università); e le «resistenze burocratiche » al cambiamento. Fenomeno complesso, quest’ultimo, che segnala la strenua difesa di posizioni di potere ma anche un imperfetto processo di discussione e di condivisione del cambiamento stesso. Il piano Industria 2015 è stato, in effetti, una vera novità.

Per due decenni e mezzo la ricerca è stata sostenuta con i meccanismi cosiddetti «a sportello», che risalivano alla legge 46 del 1982, poi aggiornata ma non nella sostanza. I tempi di valutazione dei progetti da finanziare erano «biblici» (la definizione è di un imprenditore) e gli spazi discrezionali della burocrazia «molto ampi» (stesso imprenditore). La Finanziaria 2007 ha scritto regole nuove: da una parte ha introdotto agevolazioni fiscali automatiche per tutte le imprese che fanno ricerca e innovazione, riducendo sia i tempi burocratici che gli spazi discrezionali; dall’altra, con Industria 2015, indicato cinque aree strategiche prioritarie per il Paese. Per la prima volta il compito di gestire le aree (per ognuna delle quali è prevista l’emissione di un bando) viene affidato ad altrettanti project manager: Pasquale Pistorio, capo storico di St ed ex presidente di Telecom Italia (energia), Giancarlo Michellone, ex top manager Fiat e oggi presidente dell’Area Science Park di Trieste (mobilità), Alberto Piantoni, amministratore delegato di Richard Ginori (hi-tech per il made in Italy), Andrea Granelli, imprenditore ed esperto di innovazione (hi-tech per i beni culturali) e Claudio Cavazza, presidente della Sigma Tau (tecnologie per la salute). I progetti allo stadio più avanzato sono i primi due, i cui relativi bandi di ammissione al finanziamento sono già stati pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Il terzo bando (made in Italy) è in uscita.

Mentre i progetti sui beni culturali e la salute, partiti in ritardo, potrebbero essere bloccati o modificati dalla nuova gestione del ministero. C’è poi chi — come il presidente dell’Airi ed ex capo del famoso Centro ricerche Montedison, Renato Ugo — propone di includere tra le aree strategiche l’Ict e l’aerospazio. Già il fatto che ci sia voluto tanto tempo per dar vita a questi progetti la dice lunga sui tempi della burocrazia. «Loro se la prendono comoda—fa notare Pistorio, il quale nell’ambito del progetto energia ha ricevuto 1.067 idee di innovazione industriale —. In compenso però alle imprese che vogliono partecipare al bando di gara danno soltanto due mesi, cioè fino al 30 giugno, per consegnare i progetti dettagliati. Spero proprio che sia concessa una dilazione almeno di un mese». Ma la novità più grossa introdotta da Industria 2015 — e anche la più contestata, almeno da una parte della burocrazia, è la creazio ne dell’Agenzia dell’Innovazione diretta da Ezio Andreta: un organismo esterno ai ministeri, già previsto dall’ultimo governo Berlusconi, il cui compito dovrebbe essere quello di scegliere i progetti imprenditoriali più innovativi nel modo più trasparente e competente. Di fronte a queste novità c’è una parte della Pubblica amministrazione che resta, come minimo, assai scettica. Per esempio il direttore generale dell’Università e della Ricerca Luciano Criscuoli: «Ho già vissuto esperienza analoghe, di affidamento della valutazione a enti esterni — dice il dirigente, riferendosi al periodo in cui il compito era svolto dall’Imi, allora banca pubblica — e non credo a questo tipo di esternalizzazioni, o, come si dice, di outsourcing: il risultato è che si sposta solo il centro di potere.

La cosa che conta non è la procedura, ma il personale che la fa funzionare e la continuità con cui si realizzano i progetti. Non è il caso di ripartire ogni volta da zero. In ogni caso l’Agenzia opererà molto di più sul fronte del ministero dello Sviluppo economico che sul nostro…». E qui emerge l’altra criticità: la complessità del coordinamento tra i due ministeri coinvolti nel processo di sostegno all’innovazione. Il governo Prodi aveva provato a stabilire un più stretto raccordo, mantenendo la tradizionale divisione di compiti che affidava il finanziamento della ricerca di base e industriale al ministero dell’Università e della Ricerca (oggi affidato a Mariastella Gelmini) e lo sviluppo «precompetitivo e prototipale» al ministero dello Sviluppo economico. Distinzione facile sulla carta ma complicatissima nella realtà. In realtà, la distinzione più logica sarebbe quella di affidare al ministero dell’Università tutto ciò che riguarda l’offerta di ricerca (gli istituti, i centri e l’università) e allo Sviluppo economico il finanziamento alle imprese, che rappresentano la domanda.

Ma la logica deve fare i conti con realtà e poteri consolidati. Le aziende, da parte loro, vorrebbero che i ministeri lavorassero fianco a fianco a un unico grande progetto e non in eterna competizione tra loro. «L’altro pericolo che io avverto —dice ancora Renato Ugo—è il pessimismo di chi pensa che dall’alta tecnologia il nostro Paese sia ormai irrimediabilmente tagliato fuori. Non è così. Il nostro sistema d’impresa ha carte importanti da giocarsi in grandi nicchie di mercato come l’elicotteristica e la media aeronautica (da Agusta Westland ad Atr) e come l’elettronica avanzata (Saes Getters). Vedo una diffusione delle nanotecnologie. Un’azienda di macchine utensili del Nordest, che sto seguendo, già produce all’estero bottiglie di plastica speciali, con “camicette nanotecnologiche”, per vino e birra, che oggi vengono imbottigliati solo nel vetro». L’impostazione di Industria 2015, sostenuta dalle Regioni e dalla Confindustria, alcune premesse le ha poste. Il primo test, se sarà confermata dal nuovo ministro, sarà la rapidità con cui verranno valutati i progetti giudicati più meritevoli.

Edoardo Segantini
13 maggio 2008





Incontro con i ricercatori

12 05 2008

il team di RaceUP e la monoposto

nella foto il team che ha ideato e realizzato Esnake

venerdi 16 maggio sarà possibile incontrare alcuni ricercatori, docenti e studenti impegnati in progetti di ricerca dell’Università di Padova. Sara’ possibile osservare da vicino il risultato dei loro studi e del loro impegno. Il Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008 è infatti orgoglioso di ospitare i team “Race-Up” ed  ”E-snake” e gli innovativi veicoli creati nei laboratori e nelle officine dell’Ateneo Patavino.

E-snake è lo scooter elettrico a tre ruote realizzato dai Dipartimenti di Ingegneria Elettrica e dal Dipartimento di Ingegneria meccanica.  Race UP è il team di studenti dell’Università di Padova che rappresenta la squadra corse ufficale d’Ateneo al campionato automobilistico Formula Student. Composto da studenti di Ingegneria, Economia, Scienze della comunicazione, coordinati dal lato tecnico dal Dipartimento di Ingegneria Meccanica.

 L’appuntamento è per venerdi 16 di fronte a Palazzo Moroni, Municipio di Padova





Oggi la conferenza stampa ufficiale di presentazione del Forum

29 04 2008

Si è svolta oggi presso il Palazzo del Bo, dell’Università degli Studi di Padova la conferenza stampa di presentazione del Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008. Accanto al professor Muffatto (nella foto), responsabile scientifico dell’evento, hanno partecipato alla conferenza anche il prorettore vicario dell’Ateneo, prof. Giuseppe Zaccaria e l’Assessore alla Citta’ Metropolitana del Comune di Padova, Ivo Rossi. Nutrita la presenza di giornalisti della carta stampata e della televisione. Oltre allo scopo dell’evento, ai suoi obiettivi, ai relatori nazionali ed internazionali, sono stati presentati anche alla stampa il logo ed il manifesto ufficiale dell’iniziativa.

A partire da oggi è attivo il sito dell’evento all’indirizzo www.ricercainnovazione.it





In USA la ricerca diventa LOW COST

26 04 2008

Massimo Gaggi – Il Corriere della Sera

Dopo la società post-industriale, tocca ora alla società post-scientifica: imprese e laboratori americani hanno cominciato a colmare il gap tra la ricerca di base e il trasferimento dei suoi risultati in un nuovo prodotto innovativo, affidando una parte del lavoro agli scienziati low cost di Paesi asiatici con buone università come l’India o Singapore.

Anche qui, come per i casi di «delocalizzazione» di industrie e di outsourcing di servizi trasferiti al di là del Pacifico, c’è chi teme una progressiva «desertificazione» dell’ America: non più solo perdita di posti di lavoro manifatturieri e nel terziario, ma anche nella ricerca, che è stata fin qui il cuore del successo del made in Usa.

Eppure, con la globalizzazione che avanza nonostante timori e critiche, questo è sicuramente un elemento positivo: se il costo della scienza sale, lo spostamento di un pezzo della ricerca all’estero aiuta i creatori americani di nuovi prodotti e nuovi servizi a restare leader dei loro mercati. Del resto, da tempo gli Usa temono di non riuscire più a produrre un numero di «cervelli» — matematici, fisici, biochimici, ingegneri — sufficiente. «Non dobbiamo avere paura: è così che arrivano anche da noi i benefici della crescita tecnologica dell’Asia», nota Patrick Windham, docente di sistemi tecnologici a Stanford.

E’ il meccanismo che consente, ad esempio, alla Seagate Technology di restare leader mondiale del digital storage (gli hard disk dei computer): la ricerca dei suoi laboratori di Pittsburgh è sempre più integrata con quella commissionata a Singapore.
Questa società post-scientifica o, se preferite, il low cost applicato alla scienza, è un segno di vitalità del sistema economico americano, così come lo è — per fare un altro esempio — il successo dei sistemi di welfare to work: la gestione attiva degli esuberi che vengono reindirizzati verso il mercato del lavoro limitando al massimo i tempi di «parcheggio».

Meccanismi di «assistenza dinamica» introdotti durante la presidenza di Bill Clinton che hanno un successo tale da indurre molti altri Paesi — dalla Gran Bretagna all’Olanda, dai Paesi scandinavi all’Australia — a imitarli: il welfare to work sta divenendo un business globalizzato di agenzie internazionali che indirizzano i lavoratori verso nuove specializzazioni con più efficienza di quanto non facciano gli enti pubblici dei singoli Paesi.

L’America superindebitata, con le banche in crisi e la Riserva Federale costretta a un intervento di salvataggio senza precedenti, sembra ad alcuni un Paese nel quale il liberismo è ormai arrivato al capolinea. Negli anni scorsi sono stati di certo commessi errori gravi: «eccessi di mercatismo », per citare un’espressione divenuta comune, di cui è responsabile soprattutto l’amministrazione Bush che non ha usato i suoi poteri regolatori in nome di un’interpretazione ideologica e un po’ caricaturale del liberismo. La loro correzione richiederà tempo e avrà costi molto alti.
Ma, sotto questa patina grigia, le forze del mercato continuano a muoversi con dinamismo e creatività.





Al Forum ci sarà Gary Pisano, docente di Harvard

15 04 2008

Ha dedicato gli ultimi anni prevalentemente allo studio delle aziende biotech, diventando uno dei massimi esperti mondiali di questo settore. Ha pubblicato lo scorso anno “Science Business: the promise, the reality and the future of biotech”:un’analisi delle principali cause della crisi della aziende del comparto farmaceutico e biotech, analizzando modelli di business e possibili strategie innovative. Gary J Pisano, laureato a Yale, dottorato a Berkeley in California e da quasi vent’anni docente presso la Harvard Business School parteciparà al Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008 in una sessione che cercherà di fare il punto della situazione sullo sviluppo, le frontiere e le promesse delle biotecnologie e del settore farmaceutico.
Docente di business administration, si è occupato nella sua carriera (come docente e consulente) di strategia aziendale, gestione dell’innovazione, organizzazione, e gestione della proprietà intellettuale. Specializzato in aziende ad alta tecnologia che operano nei settori del biotech, dei dispositivi medici, dell’informatica e dei semiconduttori, è’ autore di oltre 25 articoli scientifici pubblicati su riviste quali Management Science, Administrative Science Quarterly e Harvard Business Review. Il suo celebre articolo “Dynamic Capabilities and Strategic Management” (Strategic Management Journal) è stato l’articolo piu’ citato nelle riviste di economia e management nel decennio 1995-2005. E’ inoltre autore di sei libri. Accanto all’esperienza di docente e consulente per aziende multinazionali, il professor Pisano è statao membro del Board of Directors e di Advisory Boards di numerose start-up.





BIOTECH in Italia: a che punto siamo?

14 04 2008

Sono 222 le imprese che compongono l’universo biotech italiano. Il dato è contenuto nel rapporto annuale sulle biotecnologie presentato da ASSOBIOTEC in collaborazione con Blossom Associati. Sono 14.000 i posti di lavoro creati da questi aziende: quasi 5000 i ricercatori che si dedicano a tempo pieno alla ricerca e allo sviluppo di nuove biotecnologie. Piu’ di 4000 milioni di euro il fatturato globale,, ed una spesa in ricerca e sviluppo pari a 1283 milioni di euro. 42 sono i prodotti in fase di sviluppo clinico, 7 dei quali gia’ in fase 3 (prossimi cioe’ ad essere introdotti nel mercato) e 35 in frase pre-clinica. Questa in breve la fotografia del biotech italiano presentata recentemente. “Il treno del biotech italiano – ha dichiarato Roberto Gradnik, presidente di Assobiotech – prosegue deciso la propria corsa. I dati che emergono dal rapporto ci consegnano un settore che continua a conoscere tassi di crescita a due cifre e ribadisce con forza il proprio potenziale al servizio dello sviluppo economico nazionale”.
“Le imprese biotech italiane – conclude il presidente – confermano il proprio dinamismo e la propria capacità di innovazione. Non è un caso che negli ultimi anni siano riuscite a ritagliarsi uno spazio sempre piu’ importante nel panorama e nella competizione internazionale”.

Sono 12 le imprese biotech che parteciperanno grazie a testimonianze aziendali al Foruma della Ricerca e dell’Innovazione 2008.

Per saperne di piu’ sul biotech in Italia è possibile consultare
www.assobiotec.it
www.molecularlab.it





Un telegramma dal Quirinale…

12 04 2008

Da qualche giorno lo stavamo aspettando: il suo arrivo ci era stato anticipato da alcuni funzionari del Quirinale. Finalmente abbiamo ricevuto in data odierna un telegramma dal Quirinale che conferma la concessione dell’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Un sentito ringraziamento al Presidente Napolitano che ha voluto comunicare la sua adesione ed il suo apprezzamento verso il Forum, promosso dall’Università di Padova e dal Comune di Padova.

A partire da oggi abbiamo aperto una nuova pagina dove è possibile prendere visione dei patrocini che il Forum ha ottenuto in queste settimane.





Al Forum la partecipazione straordinaria di Mauro Ferrari, padre fondatore della nanomedicina

9 04 2008

Chissa’ se i molti studenti che affollano le le aule del Paolotti, sede dei dipartimenti di matematica dell’Università di Padova, sanno che a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, uno dei padri fondatori della nanomedicina, il prof Mauro Ferrari, sedeva proprio come loro su scomodi banchi di legno, affrontando logaritmi, integrali doppi, spazi vettoriali, teoremi e definizioni. Oggi il professor Ferrari, padre della nanomedicina, è specializzato nella ricerca e nella sperimentazioni di trattamenti per la cura del cancro sfruttando le nanotecnologie. La nanomedicina è una scienza, o meglio la convergenza di molte discipline scientifiche, che solo a partire dai primi anni del nuovo millennio ha cominciato ad affascinare ed attrarre ricercatori, studiosi e scienziati. La ricerca in questo campo è prevalentemente americana, grazie ad un programma nazionale appositamente varato dal National Institute for Health nel 2005.
Docente di ingegneria biomedica, medicina e scienza dei materiali presso la Texas University, presidente del Texas Nanotechnology Consortium e responsabile della creazione della Alliance for Nanotechnology in Cancer, Mauro Ferrari è uno degli scienziati piu’ brillanti e vulcanici della nostro tempo. Accanto ai 20 brevetti ormai riconosciuti, Mauro Ferrari vanta una trentina di richieste di brevetto in fase di approvazione, la pubblicazione di oltre centocinquanta articoli scientifici, sei libri ed uno sterminato elenco di riconoscimenti e premi internazionali che per problemi di spazio siamo costretti ad omettere (homepage del prof. Ferrari).
La storia di Mauro Ferrari inizia proprio nel prestigioso Ateneo patavino, dove ottiene la laurea in Matematica. Sono anni difficili per il Paese e molti dei suoi cervelli piu’ promettenti guardano oltre oceano verso le frontiere della ricerca e della scienza. E’ infatti all’Università di Berkley che Ferrari consegue il suo dottorato e trascorre i primi dieci anni di attività dedicandosi alla scienza dei materiali e all’ingegneria dell’ambiente. L’impegno del professor Ferrari è rivolto alla cross-fertilizzazione di nanotecnologie e medicina. Questa la strada per rivoluzionare la medicina ed ottenere anche nuove modalità e strumenti per la cura delle neoplasie. Le nanotecnologie consentono non solo di portare con grande efficacia i farmaci in prossimità delle cellule colpite, ma anche di consentire una somministrazione intelligente e prolungata nel tempo. “Il paradigma terapeutico offerto dalle nanotecnologie è radicalmente diverso da quello tradizionale, – ha affermato recentemente Ferrari, intervistato da Sander Olson. – “Le nano particelle sono infatti in grado di superare la sequenza di barriere biologiche che a volte impediscono ai principi attivi di raggiungere le cellule malate. Il nostro obiettivo è quello di portare i farmaci esattamente dove servono, all’interno del corpo umano, superando le tradizionali difficoltà”. Le nanotecnologie, secondo Ferrari ed il suo staff, possono essere sfruttate anche nel campo diagnostico con la creazione di superfici nanostrutturate o nel miglioramento di sistemi e procedure bioptiche.
Il cuore delle ricerche svolte dal professor Ferrari riguardano le cosiddette bioMEMS ovvero biological Micro Electro Mechanical Systems: si tratta di circuiti integrati che incorporano nanodispotivi elettromeccanici. Quasi dei nanorobot, biocompatibili con l’organismo umano, utilizzabili per il “trasporto interno” di medicinali e per creare dei piccoli laboratori diagnositici su micro e nanochip.
Mauro Ferrari tornera’ a Padova, dopo molti anni, per partecipare al Forum della Ricerca e dell’Innovazione. A lui il compito di iniziare i lavori del Forum con un keynote speech che aprira’ una finestra sulla ricerca medica, sulle prospettive terapeutiche del futuro e sul business e l’imprenditorialità legata alle nanotecnologie e alla nanomedicina.

Paolo Giacon