Si è concluso il Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008

19 05 2008

Cala il sipario sul Forum della Ricerca e dell’Innovazione 2008, un evento che ha trasformato Padova nella capitale della scienza, della ricerca scientifica e dell’innovazione d’impresa. Di altissimo livello la qualità delle relazioni e dei contributi presentati da ospiti internazionali e nazionali che hanno parlato delle ultime frontiere delle nanotecnologie, delle biotecnologie, del web e della comunicazione, dei sistemi nazionali e locali a sostegno dell’innovazione, dello sviluppo economico e della finanza innovativa.

In questo LINK è possibile prendere visione e scaricare la rassegna stampa completa dell’evento.

Tra i tanti articoli che in questi giorni sono apparsi sul Corriere della Sera, sui quotidiani del gruppo l’Espresso, sul Gazzettino e su altri giornali locali, mi hanno colpito le parole del giornalista Aldo Comello che bene sintetizzato lo spirito del Forum:

Il Forum si propone il compito ambizioso di fare ponte tra ricerca ed impresa attraverso una felice alleanza tra Università, mondo della produzione ed enti locali. C’e’ quindi un forte coinvolgimento comunale, importante in una città che porta ogni anno un premio Nobel a trasmettere scienza e passione a rispondere alle domande di studenti e cittadini. Padova, città della scienza, locomotiva di un rinascimento prossimo venturo che la Storia ci impone è quindi un titolo meritato. [...]

Insomma la ricerca scientifica apre una finestra sulla società civile. Di piu’, nel medio periodo, scavalcata la torre di Babele che all’inizio rendeva incomprensibili i messaggi tra scienziati ed imprenditori, c’e’ la prospettiva che l’azione congiunta tra la ricerca e l’innovazione, che appartiene alla sfera dell’economia, faccia ripartire il motore dello sviluppo. Una provvidenziale via d’sucita o di fuga in una situazione di asfissia economica“.

Paolo Giacon





In USA la ricerca diventa LOW COST

26 04 2008

Massimo Gaggi – Il Corriere della Sera

Dopo la società post-industriale, tocca ora alla società post-scientifica: imprese e laboratori americani hanno cominciato a colmare il gap tra la ricerca di base e il trasferimento dei suoi risultati in un nuovo prodotto innovativo, affidando una parte del lavoro agli scienziati low cost di Paesi asiatici con buone università come l’India o Singapore.

Anche qui, come per i casi di «delocalizzazione» di industrie e di outsourcing di servizi trasferiti al di là del Pacifico, c’è chi teme una progressiva «desertificazione» dell’ America: non più solo perdita di posti di lavoro manifatturieri e nel terziario, ma anche nella ricerca, che è stata fin qui il cuore del successo del made in Usa.

Eppure, con la globalizzazione che avanza nonostante timori e critiche, questo è sicuramente un elemento positivo: se il costo della scienza sale, lo spostamento di un pezzo della ricerca all’estero aiuta i creatori americani di nuovi prodotti e nuovi servizi a restare leader dei loro mercati. Del resto, da tempo gli Usa temono di non riuscire più a produrre un numero di «cervelli» — matematici, fisici, biochimici, ingegneri — sufficiente. «Non dobbiamo avere paura: è così che arrivano anche da noi i benefici della crescita tecnologica dell’Asia», nota Patrick Windham, docente di sistemi tecnologici a Stanford.

E’ il meccanismo che consente, ad esempio, alla Seagate Technology di restare leader mondiale del digital storage (gli hard disk dei computer): la ricerca dei suoi laboratori di Pittsburgh è sempre più integrata con quella commissionata a Singapore.
Questa società post-scientifica o, se preferite, il low cost applicato alla scienza, è un segno di vitalità del sistema economico americano, così come lo è — per fare un altro esempio — il successo dei sistemi di welfare to work: la gestione attiva degli esuberi che vengono reindirizzati verso il mercato del lavoro limitando al massimo i tempi di «parcheggio».

Meccanismi di «assistenza dinamica» introdotti durante la presidenza di Bill Clinton che hanno un successo tale da indurre molti altri Paesi — dalla Gran Bretagna all’Olanda, dai Paesi scandinavi all’Australia — a imitarli: il welfare to work sta divenendo un business globalizzato di agenzie internazionali che indirizzano i lavoratori verso nuove specializzazioni con più efficienza di quanto non facciano gli enti pubblici dei singoli Paesi.

L’America superindebitata, con le banche in crisi e la Riserva Federale costretta a un intervento di salvataggio senza precedenti, sembra ad alcuni un Paese nel quale il liberismo è ormai arrivato al capolinea. Negli anni scorsi sono stati di certo commessi errori gravi: «eccessi di mercatismo », per citare un’espressione divenuta comune, di cui è responsabile soprattutto l’amministrazione Bush che non ha usato i suoi poteri regolatori in nome di un’interpretazione ideologica e un po’ caricaturale del liberismo. La loro correzione richiederà tempo e avrà costi molto alti.
Ma, sotto questa patina grigia, le forze del mercato continuano a muoversi con dinamismo e creatività.