In USA la ricerca diventa LOW COST

26 04 2008

Massimo Gaggi – Il Corriere della Sera

Dopo la società post-industriale, tocca ora alla società post-scientifica: imprese e laboratori americani hanno cominciato a colmare il gap tra la ricerca di base e il trasferimento dei suoi risultati in un nuovo prodotto innovativo, affidando una parte del lavoro agli scienziati low cost di Paesi asiatici con buone università come l’India o Singapore.

Anche qui, come per i casi di «delocalizzazione» di industrie e di outsourcing di servizi trasferiti al di là del Pacifico, c’è chi teme una progressiva «desertificazione» dell’ America: non più solo perdita di posti di lavoro manifatturieri e nel terziario, ma anche nella ricerca, che è stata fin qui il cuore del successo del made in Usa.

Eppure, con la globalizzazione che avanza nonostante timori e critiche, questo è sicuramente un elemento positivo: se il costo della scienza sale, lo spostamento di un pezzo della ricerca all’estero aiuta i creatori americani di nuovi prodotti e nuovi servizi a restare leader dei loro mercati. Del resto, da tempo gli Usa temono di non riuscire più a produrre un numero di «cervelli» — matematici, fisici, biochimici, ingegneri — sufficiente. «Non dobbiamo avere paura: è così che arrivano anche da noi i benefici della crescita tecnologica dell’Asia», nota Patrick Windham, docente di sistemi tecnologici a Stanford.

E’ il meccanismo che consente, ad esempio, alla Seagate Technology di restare leader mondiale del digital storage (gli hard disk dei computer): la ricerca dei suoi laboratori di Pittsburgh è sempre più integrata con quella commissionata a Singapore.
Questa società post-scientifica o, se preferite, il low cost applicato alla scienza, è un segno di vitalità del sistema economico americano, così come lo è — per fare un altro esempio — il successo dei sistemi di welfare to work: la gestione attiva degli esuberi che vengono reindirizzati verso il mercato del lavoro limitando al massimo i tempi di «parcheggio».

Meccanismi di «assistenza dinamica» introdotti durante la presidenza di Bill Clinton che hanno un successo tale da indurre molti altri Paesi — dalla Gran Bretagna all’Olanda, dai Paesi scandinavi all’Australia — a imitarli: il welfare to work sta divenendo un business globalizzato di agenzie internazionali che indirizzano i lavoratori verso nuove specializzazioni con più efficienza di quanto non facciano gli enti pubblici dei singoli Paesi.

L’America superindebitata, con le banche in crisi e la Riserva Federale costretta a un intervento di salvataggio senza precedenti, sembra ad alcuni un Paese nel quale il liberismo è ormai arrivato al capolinea. Negli anni scorsi sono stati di certo commessi errori gravi: «eccessi di mercatismo », per citare un’espressione divenuta comune, di cui è responsabile soprattutto l’amministrazione Bush che non ha usato i suoi poteri regolatori in nome di un’interpretazione ideologica e un po’ caricaturale del liberismo. La loro correzione richiederà tempo e avrà costi molto alti.
Ma, sotto questa patina grigia, le forze del mercato continuano a muoversi con dinamismo e creatività.


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