Tre frontiere dell’innovazione spiegate dal presidente IBM Italia Luciano Martucci

9 05 2008

L’iniziativa promossa dall’Università degli Studi di Padova ha il merito, fra i tanti, di ricordarci che di competitività si vive e si prospera o si soccombe. Oggi più che mai, si potrebbe aggiungere, tenendo conto che ogni economia deve fare i conti con i cambiamenti e le regole della globalizzazione in atto a tutti i livelli. È da tale osservazione che Luciano Martucci, presidente e amministratore delegato di Ibm Italia, prende spunto per offrire un contributo al dibattito.
Per anni – questa la sua tesi – il Paese non ha prestato la dovuta attenzione alla ricerca pubblica e privata maturando un ritardo nell’adozione delle tecnologie digitali, soprattutto nella loro applicazione ai processi d’impresa. Per non perdere ulteriore terreno, occorre muoversi su vari fronti, il più importante dei quali è identificato dal bisogno di capitale umano qualificato. È quindi alla formazione dei giovani, alla meritocrazia, alle loro opportunità di crescita per evitarne la fuga all’estero che si dovrebbero dedicare risorse e competenze maggiori. Per questa via l’Italia riuscirebbe probabilmente a spezzare il circolo vizioso, puntualmente fotografato dagli organismi sovranazionali, Ocse in testa, che lega agli insufficienti livelli di innovazione una bassa crescita della produttività e quindi della sua competitività.
A Padova, centro nevralgico di un Nordest il cui tessuto socio-economico dimostra di saper affrontare efficacemente la globalizzazione dei mercati, Ibm è presente con oltre 200 dipendenti in possesso di forti specializzazioni tecnologiche e di conoscenza mirata delle esigenze dell’industria locale. Uno spaccato d’azienda in grado di garantire all’ecosistema locale tutta la competenza di una ‘Globally integrated enterprise’, questa è oggi Ibm, che investe ogni anno oltre 6 miliardi di dollari in attività di Ricerca e Sviluppo e che ha il record ininterrotto per il maggior numero di brevetti depositati negli Usa (3125 nel 2007) a partire dal 1992.
La nostra partnership col Triveneto – spiega Martucci – registra tangibili risultati. Basti pensare al recente consolidamento dei 29 ‘data center’ europei della Elettrolux in un unico sito a Pordenone – scelto per la capacità del territorio di fornire talenti in quest’area tecnologica – come esempio di razionalizzazione di un’infrastruttura di Information Technology che permette risparmi del 40% sui costi operativi. Oppure, allargando il discorso al tema della ‘corporate citizenship’, la cooperazione con Diesel e con le scuole dell’infanzia di Bassano del Grappa per lo sviluppo del progetto ‘KidSmart’ di Ibm, attraverso cui si agevola l’avvicinamento dei bambini d’eta prescolare alla tecnologia. In occasione del Forum, la testimonianza di Ibm si focalizzerà su tre frontiere dell’innovazione: la semantica del web (con Guido Vetere, manager and research coordinator Rome centre of advanced studies), le nanotecnologie (con Luisa Bozano, research scientist – physics, Research centre of Almaden).e la scienza dei servizi (con Isabella Chiodi, vicepresidente). Quest’ultima disciplina, nata negli Usa, economia che proprio sui servizi ha costruito il proprio vantaggio competitivo, sta ottenendo il giusto riconoscimento anche in Italia. Diversi sono i corsi universitari e i master post laurea già avviati in collaborazione con Ibm – a Pavia, Milano (presso lo Sda), Castellanza e Pisa (Sant’Anna) – mentre progetti analoghi risultano in fase avanzata di valutazione presso gli altri atenei milanesi (Politecnico, Bocconi, Statale) e quelli di Roma 3 e di Trento. E proprio da questo polo – conclude Martucci – viene un altro significativo esempio di collaborazione tra accademia e industria. A Trento, l’attività di didattica congiunta su tematiche tecnologiche come le basi di dati, l’ingegneria del software e un master sull’e-Government hanno portato nel 2004 alla nascita del Centro di competenza rational, focalizzato sullo sviluppo del software,  che ha già dimostrato ricadute positive sulla formazione dei giovani e sullo sviluppo del tessuto produttivo. La stessa Università, inoltre, si è guadagnata nel 2007 una donazione rilevante di tecnologia hardware, riconoscimento nell’ambito del progetto ‘Shared university research’ con cui Ibm sostiene i migliori progetti di ricerca universitaria in tutto il mondo
(articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore – inserto Eventi Speciali, 7 maggio 2008 )


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19 03 2010
Giovangualberto Ceri

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